Le Vere Donne…

By | 15 Ottobre 2018

Vere donne

Ogni tanto mi capita di leggere degli articoli di giornale che mi fanno venire i brividi.
E non in senso positivo.
Qualche giorno fa è stato il compleanno di una grandissima attrice, Kate Winslet.

Io ADORO Kate Winslet.

La trovo una donna e un’attrice meravigliosa.
Il giorno del suo compleanno, come di consueto, sono usciti vari articoletti su di lei.
Uno di questi, nel titolo, ricordava una sua frase pronunciata ormai diversi anni fa.
La frase in questione era:

“Le Vere Donne non portano la 38”.

ed ecco i brividi.

Ma facciamo un passo indietro:

Queste dichiarazioni derivano dal fatto che le sue forme, piuttosto morbide rispetto alla media delle attrici di Hollywood, per un certo periodo sono state un ostacolo per la sua carriera.
Un paio di anni fa, raccontò di come, quando aveva solo 14 anni, un suo insegnante le disse che avrebbe potuto lavorare come attrice, solo se si fosse accontentata di recitare il ruolo della “ragazza grassa”.

Agghiacciante.
Ci sono talmente tante cose sbagliate in questo piccolo episodio, che non so da dove partire.
Forse la prima che salta all’occhio è il “ruolo della ragazza grassa”.
O forse il fatto che questo prezioso suggerimento sia stato donato a una ragazzina di 14 anni.

Non so decidermi.

In ogni caso, questo è il tenore dei precedenti.

Quindi è del tutto comprensibile ed anche lodevole che, dopo il suo enorme successo, ottenuto nonostante il suo corpo morbido (ancora: brividi!), si sia impegnata per diffondere l’idea che un corpo dalle forme morbide, sia a tutti gli effetti un bel corpo, di cui andar fiere, e non un ostacolo.

Infatti alla fine dell’aneddoto sull’insegnante elargitore di suggerimenti non richiesti, Kate Winslet concludeva con un meraviglioso:

“Guardami ora! Guardatemi ora!”

Le Fiamme della Rivalsa! Applausi!

E fino a qui, per me, era Amore.
Ti Adoro Kate!

Poi l’altro giorno mi capita l’articolo di cui parlavo all’inizio.

Proprio perchè adoro Kate, ho dovuto controllare questa affermazione così stonata.
Inizio col dire che la frase incriminata è stata pronunciata ormai ben 6 anni fa.
E che ovviamente è stata estrapolata dal contesto e spiattellata là come parte di un titolo, semplicemente perchè è una frase forte.

Infatti voglio concentrarmi proprio sulla forza di questa frase. Anzi, di questo incipit:

“Le vere donne…”

Mi stranisco sempre un po’ quando leggo della roba che comincia così.
Dandomi una definizione di “Vere Donne”.
Come se esistessero donne finte.

O come se le donne che fanno o non fanno qualcosa, siano in qualche modo donne di serie B. Riproduzioni scadenti di quello che sono in realtà le “Vere Donne”.

Spesso questo concetto di “Vera Donna” viene usato per suggerire quali siano i comportamenti adeguati da tenere. Ed è un concetto talmente vacuo che può essere usato per suggerire qualsiasi cosa.
Tutto e il contrario di tutto.

Ma qualche volta, come nella sfortunata frase di Kate Winslet, questo concetto di “Vera Donna” si riferisce al corpo, alla fisicità delle donne.

Apro qui una piccola parentesi.

I canoni estetici sono qualcosa di estremamente complesso e variabile.

È difficile individuare con precisione quando, come e perchè, qualcosa inizia ad essere considerato esteticamente piacevole.

Sappiamo che il nostro cervello tendenzialmente “preferisce” le forme e le proporzioni armoniche.

Un esempio di proporzione considerata “armonica”, stra-famoso e stra-citato, è il Rapporto Aureo, o anche detto Costante di Fidia.

Da vari esperimenti è emerso che i visi che nelle loro proporzioni rispettano la Costante di Fidia, sono considerati mediamente più attraenti.
Ma all’interno di una cultura, non è importante solo questo per definire cosa sia esteticamente piacevole.

Infatti, alle proporzioni geometriche istintivamente preferite dal nostro cervello, vanno affiancati le simbologie e i significati che sono associati a una certa condizione fisica.

Faccio un esempio:

Nei secoli scorsi l’eccessiva magrezza di una persona veniva associata a una condizione di povertà.
Una donna per essere considerata esteticamente bella, all’epoca, non poteva essere troppo magra.
E questo proprio perchè, per le condizioni sociali del tempo, essere molto magri portava con sé tutta una serie di conseguenze o deduzioni negative:

  • Una donna molto magra probabilmente non possedeva i mezzi economici per mangiare adeguatamente.
  • Una donna molto magra probabilmente avrebbe potuto subire conseguenze gravi da una malattia.
  • Una donna molto magra probabilmente avrebbe avuto difficoltà a generare molti figli, senza rischiare di rimanere fisicamente provata dai ripetuti parti.

Insomma, sono motivazioni legate a circostanze pratiche, piuttosto che a qualcosa di matematicamente predefinito.

A tutto questo va aggiunto il fatto che l’esposizione mediatica di un solo modello di bellezza, porta le persone a pensare che quel modello non rappresenti un’eccezione, ma la normalità.

E questo è esattamente quello che è successo negli ultimi anni:
per decenni la pubblicità, il cinema, il mondo dello spettacolo in genere, hanno proposto modelli di donna sempre più magri e omologati.

Da anni il messaggio sottinteso che ci manda l’industria della moda, non si limita a “magro è bello”, ma ha, appunto, un sottotesto neanche troppo nascosto. E quel sottotesto denigra implicitamente ogni altra tipologia di forma.

È sacrosanto che a un certo punto siano emerse donne di successo, diventate a loro volta modelli, che si discostino da quei parametri così rigidi.
Donne fiere del loro fisico dalle linee morbide, che lanciano un chiaro messaggio:

accettare e amare il proprio corpo, anche se non risponde ai prevalenti canoni estetici.

Ottima battaglia e ottimo tentativo.

Il punto è che per lanciare questo messaggio, non è necessario iniziare una crociata contro le donne magre.

Dire “Le donne vere non indossano la 38”, lo capisco, può essere un messaggio rincuorante per tutte le donne che per anni hanno vissuto la propria taglia come una prigione.

Ma questo messaggio ha al suo interno la stessa matrice negativa che abbiamo osservato in “magro è bello”.
Esistono anche donne (vere!!) che indossano la 38.
Una donna magra, che lo sia con fatica attraverso dieta o palestra, o che lo sia senza sforzo, per costituzione, non è il nemico.

Non è necessario denigrare una certa condizione fisica per legittimarne un’altra.

Partiamo dal presupposto che non esiste un corpo perfetto.
E che ogni corpo, nella sua imperfezione, può essere meraviglioso.

Dire cose del tipo “Una donna molto magra non è una vera donna”, significa infilarsi in questo assurdo circo, in cui per sentirsi adeguati è necessario che qualcun altro si senta inadeguato.

Quando ad essere inadeguato è il modo in cui ci rapportiamo alla diversità dei corpi.

Soprattutto nell’ambito dell’abbigliamento.
Non a caso, quella frase così sgradevole ha come oggetto centrale proprio il concetto di Taglia.

Ovvero il modo attraverso cui descriviamo la complessità di un corpo riducendola ad un numero.
Ma andiamo anche un gradino oltre la descrizione.

Infatti la grandezza di quel numero determina anche se un corpo è adeguato o meno.

Gli abiti costruiti con un sistema di taglie, per forza di cose, non possono vestire altrettanto bene ogni tipologia di corpo.
Perchè la taglia è approssimazione.

Nel momento in cui si progetta un abito, bisogna necessariamente avere in mente un corpo che lo indossa. Per l’industria dell’abbigliamento questo corpo è un manichino, non una donna reale.

Gli abiti progettati per i manichini, vengono pubblicizzati utilizzando l’immagine di donne tanto belle quanto irreali, che hanno un fisico più vicino possibile alle misure del manichino, ed in ogni caso un passaggio di Photoshop annulla ogni imperfezione.

Quindi pur acquistando quello stesso abito, probabilmente non otterrai quello stesso effetto che ti sembra stia ottenendo la modella.

Però per qualche assurdo motivo penserai che sia il tuo corpo ad essere inadeguato.

L’idea che ad essere inadeguato sia quell’abito, o il modo in cui è stato progettato, forse neanche ti sfiorerà.
Se gli abiti fossero progettati davvero per ogni singola donna, nessuna si troverebbe nella spiacevole condizione di non riuscire a indossare un abito che la valorizzi.
Ma questo, purtroppo, apparentemente è in contrasto con la ricerca del profitto.
Quindi la loro soluzione è approssimare attraverso le taglie e scegliere di vendere lo stesso abito a tutte le donne.

Questa scelta produttiva è stata, per certi versi, conveniente per tutti. Infatti ha indubbiamente portato anche a una diminuzione dei prezzi.
Economicamente un abito prodotto in serie costa di meno.
A loro, e in parecchi casi anche a te.

Ma quanto ti costa invece in termini di benessere, felicità e autostima, il rapportarti all’abbigliamento su taglia?
Quanto ha influito sul rapporto che hai con il tuo corpo, quella standardizzazione delle misure?
Quanto potere hanno o hanno avuto quei numeretti su di te?

Questo puoi saperlo solo tu.
Ma riflettici un attimo, e chiediti se vale davvero la pena barattare la tua autostima con un abito a basso costo.

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